25/11/2008

Totòtruffa a Buenos Aires?

IL MONUMENTO A CRISTOFORO COLOMBO: L’ESPROPRIAZIONE



Il monumento opera dello scultore Arnaldo Zocchi, donato dalla collettività italiana, è diventato, nei fatti, parte dei giardini della Casa Rosada.

L’humour in tempi di crisi. Una festa italiana diventata festa dei “fratelli” spagnoli. Nei tempi che corrono, problematici e conflittuali, colpiti dall’insicurezza, dal riscaldamento globale, dall’inquinamento, dallo tsunami finanziario, dalla recessione la cui origine con una certa leggerezza attribuiamo “agli altri”, succede di incontrare, durante la giornata, gente dalla faccia scura, dai gesti rigidi che, forse, ci restituiscono l’espressione del nostro stesso volto.

Di fronte a un panorama così ombroso, ci viene la voglia di unirci a quanti affermano che “l’humour è il sale del mondo”, che oltre ad essere salutare, aiuta ad affrontare i problemi con spirito e atteggiamento positivi. Mark Twain trovò questa definizione: “Il genere umano ha una sola arma veramente efficace: la risata. Nel momento in cui scoppia una risata, ogni nostra durezza crolla, ogni nostra irritabilità e i nostri risentimenti spariscono e uno spirito solare occupa il suo posto”.

Applicare questa filosofia di vita non è semplice in genere e meno ancora nella nostra condizione di italiani all’estero, ipersensibili a tutto quanto arriva dalla nostra terra d’origine che, oltre a ignorarci e sottostimarci, ultimamente confina, con atteggiamenti di indifferenza sociale tramite i tagli nella Finanziaria, che colpiscono particolarmente i nostri connazionali più esposti agli effetti della crisi economica e sociale.

Se questo non fosse sufficiente, aggiungiamo il fatto che in Argentina e a Buenos Aires in particolar modo, riceviamo un altro colpo alla nostra autostima che, oltre a irritarci, ci provoca una confusione di sentimenti, tra l’amarezza, la rabbia e l’impotenza.

L’ESPROPRIAZIONE

In base a chissà quale strana elucubrazione burocratica, difficile da capire e da spiegare, lo Stato argentino ha deciso di espropriare, nei fatti, il monumento a Cristoforo Colombo, per annetterlo alla Casa Rosada, sede del governo.

Cioè, si è appropriato di un bene che appartiene a due proprietari: in quanto all’aspetto materiale e legale, alla Città Autonoma di Buenos Aires e nell’aspetto morale all’intera collettività italiana.

Come ricordava un servizio del quotidiano “La Nación” dal titolo “La plaza y sus rejas” del 28-4- 2007, la città ha speso oltre 11 milioni di pesos (circa 2,6 milioni di euro) per restaurare e migliorare la Piazza Colón, una spesa che la fa diventare la più cara della città.

Il monumento a Colombo, uno dei simboli emblematici della nostra comunità, si trova attualmente circondato da cancellate di protezione. La statua del grande navi gatore, si può solo vedere alla distanza dietro alle sbarre che circondano la piazza, senza poter accedervi, situazione che ha provocato al cronista un tremendo impatto emozionale, lo strano sentimento di chi è stato privato di qualcosa di sua proprietà.

Questa specie di appropriazione indebita ci induce, tra l’altro, a due riflessioni: la prima, con un interrogativo: E mai possibile che di fronte ad un fatto così poco normale non ci siano state reazioni da parte dei nostri rappresentanti di ogni tipo?

La seconda, con una certa dose di frivolità, a ricorrere a quel sense of humour di cui parlavamo prima, e di fronte ai fatti, certo insoliti, ci viene in mente di legarli a quei magnifici film che godevamo negli anni ‘50 e ‘60, della Commedia all’italiana, in questo caso, “made in Argentina”.

LA FAVOLA DI UN GESTO DI GRATITUDINE

Prima di accomodarci nella poltrona del “cinema fantasia”, racconteremo una breve storia che, come quelle della nostra infanzia comincia con:

“C’era una volta ...in un lontano paese fra gli Ande e il Plata, una comunità italiana laboriosa, unita, generosa, che in un gesto di gratitudine verso il popolo che l’aveva accolta, in occasione delle celebrazioni del Centenario della Rivoluzione di Maggio 1810, inizio dell’emancipazione argentina, con una raccolta popolare di fondi, decise di regalare alla Città di Buenos Aires un monumento a Cristoforo Colombo.

L’opera fu commissionata allo scultore fiorentino Arnoldo Zocchi, che creò un gruppo scultoreo coronato con l’immagine del navigatore genovese di 6,25 metri di altezza e ai cui piedi ci sono le allegorie della Civiltà, delle Scienze, del Genio, dell’Oceano, della Fede e del Nuovo Continente trionfale. 40 tonnellate di marmo di Carrara, portati disarmati dall’Italia dallo stesso autore dell’opera. Il monumento trovò sistemazione nella piazza dedicata a Colombo, dietro alla Casa Rosada e alla famosa Plaza de Mayo. La prima pietra fu collocata il 24 maggio 1910 e l’opera completa fu inaugurata nel 1921.

SPAGNOLI E ITALIANI: IL PARADOSSO

Diventato il luogo di ritrovo della comunità italiana per rendere omaggio al Grande Navigatore genovese, col passare del tempo - “il perché non lo so” - calò l’interesse della comunità italiana per la celebrazione della Scoperta dell’America, cedendo spazio ai “fratelli” spagnoli, i quali alla fine celebrano il 12 Ottobre come festa propria.

Mentre negli Stati Uniti il “Columbus Day è l’evento più importante dell’anno per la comunità italo-americana, “il giorno dell’orgoglio italiano” che tra le altre manifestazioni fin dal 1929 comprende una moltitudinaria sfilata per la Fifth Avenue, in Argentina paese dove risiede la prima o seconda comunità più numerosa al mondo, la commemorazione è diventata “Día de la Hispanidad”!!!

COMMEDIA ALL’ITALIANA

Ma è meglio rilassarci, far volare la nostra fantasia per condividere questa specie di revival cinematografica.

Ricorderete “Totòtruffa, 62” nel quale “il Cav. Uff. Trevi”, in arte Totò, vende la famosa Fontana ad un turista italo-americano, tale Deciso Caciocavallo. Concluso il “bisnis” pensiamo per un attimo ad un personaggio stabilitosi a Buenos Aires, il Cav. Uff. Totus Columbus, il quale cerca di convincere il Juan Quesocaballo Rodríguez locale, che i giardini della Casa Rosada, guadagnerebbero in prestigio con un ornamento della portata del monumento a Colombo. Non riesce però a convincere il Juan Quesocaballo Rodríguez locale, a pagare, il quale preferisce una soluzione più rapida ed economica: l’espropriazione.

Dal momento di quell’atto di furbizia autoctona, scopriamo che per depositare la solita corona di fiori, aogni 12 ottobre nche se non è stato ancora fissato il prezzo del biglietto d’ingresso, bisogna richiedere il rispettivo permesso, che per ragioni diverse e sempre creative, viene denegato.

Nel 2006, a causa di certa confusione, la pratica derivò in una scena degna di uno degli episodi di “Un giorno in pretura” (1954), quando nel momento di deporre la corona di fiori, si è presentata la polizia, per impedire a manifestazione e “invitare” i responsabili ad “accompagnarli”, nella Casa Rosada, per spiegare di cosa si trattava la manifestazione!

Seguendo la stessa pratica, quest’anno l’autorizzazione è stata negata ancora, quando le autorità hanno spiegato che il luogo doveva essere utilizzato per dei restauri di un importante opera del famoso Sequeiros, per cui l’omaggio a Colombo è stato fatto in un altro posto.

C’è da augurarsi che le autorità competenti si decidano ad intervenire seriamente, prima che un gruppo di fantasiosi decida di utilizzare appieno una forma di protesta molto corrente attualmente: allestire una tenda in mezzo alla Plaza de Mayo con davanti un grande striscione: “Ridateci Colombo!”

Altri, più intrepidi, elaborano un piano che, se diventasse realtà, riuscirebbe a sensibilizzare la stampa italiana sulla nostra comunità, anche se non altro per titolare: “Audace colpo dei soliti ignoti” (1959). “A Buenos Aires - si leggerebbe - un gruppo di temerari emulando Gassman, Mastroianni e compagnia, ricuperano il monumento a Colombo. L’unica pista delle autorità sugli eventuali autori di questa “appropriazione indebita” sono i resti di spaghetti e tortellini, ritrovati sul posto dove si ergeva la gloriosa statua”.

“Felici coloro che sanno ridere di sè stessi, perché non finiranno mai di divertirsi” (Tommaso Moro, 1478 - 1535)