"Spinti forse dalla convocazione alla Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani, alcuni media locali e di altri Paesi, tornano ad occuparsi del "conflitto generazionale", cioè, delle difficoltà provocate dallo scarso coinvolgimento delle nuove generazioni negli enti rappresentativi delle comunità italiane all’estero: Associazioni, Comites e CGIE tra gli altri. Tema ricorrente, una specie di "clamore classico della collettività". Anche se la comunità italiana in Argentina ha il privilegio di registrare una numerosa e attiva partecipazione giovanile, l’argomento continua a generare incertezza, costituendo una vera e propria sfida per quanti si preoccupano o interessano della buona salute delle nostre istituzioni di rappresentanza. Se la citata campagna dei media serve a promuovere azioni concrete, quali progetti creativi, sostenibili e anche il dibattito sull’argomento, non possiamo che aderire alla stessa. Se invece, l’obiettivo è di evidenziare antagonismi in seno alla nostra comunità, siamo in assoluto disaccordo". Il conflitto generazionale nell’associazionismo italiano in Argentina è al centro di questo misurato articolo di Walter Ciccione che, pubblicato sulla "Tribuna italiana" di questa settimana, riflette su come sia necessario oltrepassare gli stereotipi e i pregiudizi per far convivere l’entusiasmo dei giovani e l’esperienza degli anziani nelle dirigenze delle associazioni.
"Nelle ultime settimane sono state pubblicate, tra le altre, queste affermazioni: "Sono proprio le prime generazioni ad impedire ai giovani di prendere parte alle attività e alle iniziative delle associazioni italiane...", "per conquistare i giovani prima ci vuole la capacità degli anziani di mettersi da parte..", "Che stupido e inutile strumento di presunto potere quello che tanti di noi anziani utilizzano per impedire alle nuove generazioni di prendere parte alle attività e alle iniziative" (La Fiamma di Sydney); "Cercansi giovani disperatamente", "come pensano gli adulti i "grandi" di attirare l'attenzione dei ventenni/trentenni se continuano a usare un linguaggio politico e comunicativo vecchio di 60 anni? ..non c’è speranza" (L'Italiano); "Quando i buoni e bravi "saggi" passeranno a miglior vita, chi porterà avanti certe battaglie?" (Italia Chiama Italia).
A leggere tali frasi, qualche settore della comunità si ostina a dare impulso a una non necessaria dicotomia tra giovani e anziani. Ai primi, vengono attribuiti ogni sorta di capacità, perfino quella di "salvatori provvidenziali". Per gli anziani invece, si chiede l’esclusione e sono squalificati, additando loro tutti i presunti mali che affliggono la collettività.
Sorprende però che questa specie di svalutazione gratuita verso i veterani dirigenti, destinatari inoltre di valanghe di riprovazioni tollerate con indulgenza e rassegnata passività, provengano da persone che in genere sono loro coetanei. Di fronte a questa confusa situazione giovani e anziani assumono atteggiamenti paradossali che - salve le dovute distanze - sembrano ispirarsi all’eterno dilemma dello shakespeariano Hamlet: "essere o non essere".
Nel caso del dibattito sui giovani il dubbio è tra "non volere e non potere", mentre per gli anziani il conflitto sembra segnato dal "volere, ma...". Una controversia che per i primi può essere attribuita alla società competitiva in cui devono muoversi e che stabilisce delle priorità: la formazione professionale, la stabilità lavorativa, fare carriera, costituire una famiglia, oppure, semplicemente, la mancanza di interesse ad un impegno preciso.
Per quanto riguarda gli anziani, anche se dispongono di "beni preziosi", quali il tempo e l’esperienza, subiscono il peso delle critiche, la mancanza di stimoli e in genere - ma ci sono eccezioni - stanchezza e noia.
Comunque se non ci sarà un rinnovamento generazionale progressivo, probabilmente le nostre istituzioni, a cominciare dalle associazioni, rischiano di sparire. In diversi settori della collettività fioriscono considerazioni di ogni tipo, al punto di farci sentire subissati dagli "opinionisti". La dura realtà però, ci costringe a riconoscere che per ora abbiamo scarse proposte, per cui si intravedono poche possibilità di superamento.
Magari la prossima Conferenza Mondiale dei Giovani potrà segnare il punto di partenza di un nuovo ciclo nella generosa storia della nostra comunità, un luogo propizio per l’avvio di idee e proposte di nuovi progetti realizzabili, anche se l’esperienza ci fa temere che questi mega-congressi siano sterili nella proposta di programmi sostenibili. Non dobbiamo dimenticare l’esperienza dell’anno 2000, la Conferenza nazionale degli italiani nel Mondo, che è stata un’occasione sprecata da molti personaggi per i quali l’evento solo servì per favorire alcuni amici, fare turismo e riunioni sociali, a spese dei contribuenti.
Di fronte a questo panorama così complicato, ci si domanda come superare questa transizione. Ci troviamo fra coloro che non credono a formule magiche o illuminate. Ci sembra invece che una via di uscita possibile, dovrebbe passare dal rafforzamento della "squadra disponibile", cioè i dirigenti veterani, che vanno motivati perché ricarichino le batterie, e assumano decisamente il ruolo di capitani di tempeste, per trovare la via giusta verso il ricambio generazionale. Gestione che non dovrebbe limitarsi a coinvolgere giovani in stretto senso cronologico, ma a stimolare l’ingresso di "gente nuova", che porti aria nuova nelle istituzioni le quali, d’altra parte, sono aperte al pubblico di ogni età. Ricordiamo in definitiva che "abbiamo l’età dei nostri progetti".
Naturalmente siamo consapevoli che la proposta che facciamo ha del teorico e, addirittura dell’utopia, ma potrebbe essere messa in pratica se riusciremo a spogliarci di alcuni preconcetti, come quelli che gli "opinologi" pretendono di dare per scontati nella comunità: lo stereotipo dell’anziano dirigente presentato come egoista, egocentrico, eternamente presidente, che pretende riconoscimenti e che è limitato dalla nostalgia, occupato nei balli e nel giochi di carte.
Un’immagine grottesca con caratteristiche che, d’altra parte, non sono esclusive degli anziani. non è da escludere che qualche dirigente che gira tra le nostre istituzioni possa, facendo uno scarno esame di coscienza, riconoscersi in quello stereotipo e allora sarebbe bene che lasciasse, decisione che sicuramente la comunità saprebbe apprezzare.
In una tappa di rivalutazione degli anziani, sarebbe da scartare l’atteggiamento dell’"usa e getta", che viene spesso utilizzato nella società moderna, specialmente con alcune persone che hanno superato una certa età. Ricordiamo che greci e romani, civiltà alla base della cultura occidentale, riservavano ai loro anziani posti rilevanti, di privilegio, persone che costituivano un riferimento di saggezza e di esperienza per la comunità. Virtù che non sono un dono implicito dell’età, ma conquiste di ordine morale lungo una vita che ha richiesto volontà, coraggio, fantasia e altruismo.
Qualche tempo fa, dialogando con un anziano dirigente, un grande protagonista ma amante del basso profilo, in riferimento al tema dell’arbitraria esclusione degli anziani, si lasciava sfuggire alcune riflessioni rivolte ai giovani e, citava un antico epitaffio: "Quello che fummo siete, quello che siamo sarete", per concludere: "Vecchio è anche il vento, eppure soffia ancora!".
