24/08/2011

Assistere, o non assistere, ecco la questione

Il Comites di Buenos Aires convoca, ma i parlamentari disertano l'incontro

Sembra che i parlamentari italiani eletti nell’America Meridionale siano stati messi in crisi dall’invito del Comites di Buenos Aires, provocando in loro un dilemma esistenziale, quasi shakesperiano, che peró, hanno risolto scegliendo il “voto negativo”. Cioè i senatori Caselli (Pdl) e Giai (Maie) ed i deputati Angeli (Pdl), e Porta (Pd) non si sono presentati all’appuntamento.

Unica eccezione quella del presidente del MAIE il quale fedele al suo stile di assoluta disponibilità, ha partecipato alla riunione, come è stato informato la settimana scorsa anche dalla TRIBUNA ITALIANA: "L’On. Merlo unico protagonista, suo malgrado, dell’incontro organizzato dal Comites di Buenos Aires"

Pertanto l’iniziativa, promettente quando è stata proposta, alla fine ha offerto molto di meno di quanto ci si attendeva, diventando un nuovo anello della catena di insuccessi, nell’aspirazione di riunire “i nostri cinque”, obiettivo che risale al 2006 e che potrebbe unirsi ad un altra ambizione diventata chimera, quella di ottenere una semplice fotografia di gruppo dei nostri parlamentari, un modo di rispecchiare una supposta unità, obiettivo che, perfino per i più esperti collezionisti, è diventato una “missione impossibile”.

Questa ostinata negativa a riunirsi, propone di fronte alla comunità un’immagine negativa, che viene persino potenziata nel contesto di crisi generale nel quale siamo immersi, in un momento in cui i politici in genere, devono affrontare un vero e proprio tsunami di critiche, che comprendono argomenti di varia indole dal: “non basta vincere un’elezione, contano la gestione, i risultati” passando per le “inadempienze delle promesse elettorali”, e “che fino ad oggi, non c'è neanche un progetto di legge presentato dai parlamentari eletti all'estero, che sia stato approvato e quindi diventato legge”, fino all’imputazione del fatto che, nonostante la congiuntura, la cosiddetta “casta” continua a mostrarsi immune nell’esposizione dei privilegi e franchigie di cui gode.

E’ evidente che la gente è stanca di una certa politica e la negativa di questi parlamentari a partecipare alla riunione di cui ci occupiamo, ha scatenato una reazione non frequente che, nonostante il tempo trascorso, non solo non accenna a diminuire, ma addirittura tende a crescere, dando voce a opinioni varie che hanno al centro concetti quali: “atteggiamento sconsiderato, mancanza di rispetto verso il Comites e i numerosi esponenti della collettività presenti alla riunione.”

Da parte nostra ci viene subito in mente una domanda: se i nostri parlamentari ritengono che i Comites non riuniscono i requisiti e i meriti sufficienti per convocarli, quale sarebbe l’istituzione nelle condizioni di farlo?

Per quanto riguarda gli argomenti per giustificare le assenze all’incontro, colpisce in particolare la risposta di un senatore il quale avrebbe manifestato che secondo lui, “l’unico ambito per dibattere è il Senato e con i suoi pari”.

Presumiamo che il senatore non abbia letto, o abbia ignorato l’obiettivo dell’invito del Comites: "…convocare i parlamentari perché espongano i loro punti di vista sulla "situazione politicoeconomica dell'Italia, nonché gli effetti di tale problematica per gli italiani residenti all'estero". Cioè non menziona il termine dibattito e anche se lo facesse, è responsabilità dei parlamentari l’imperativo morale di rendere conto delle loro attività al sovrano, cioè, agli elettori.

Quanto al “celebre” dibattito che non c’è stato, possiamo sottolineare che è diventato materia ricorrente nella nostra comunità, una assenza che si unisce ad un’altra, quella di nuove proposte da parte dei nostri parlamentari, che sostituiscano il solito discorso reclamando all’Italia fondi per l’assistenza, i consolati, la cultura o la lingua, fra gli altri.

Forse, ma sembra una utopia, uno dei modi che potrebbero avere i nostri parlamentari di riscattarsi dalla figuraccia di non essersi presentati alla convocazione del Comites, sarebbe quello di prendere l’iniziativa di autoconvocarsi e, nell’ambito che riterranno adeguato, dibattere le problematiche che ci riguardano come italiani all’estero.

Come è noto, viviamo tempi difficili, un periodo nel quale una parola ha conquistato un protagonismo quasi ossessivo, sempre legata ad una serie di fatti drammatici: la bolla. Ci sono la “bolla immobiliare”, la “bolla finanziaria”, la “bolla speculativa” e tante altre ancora. Siamo impegnati a promuovere la reazione dei nostri rappresentanti dato che tacendo rischieremmo di diventare complici del silenzio, di fronte a qualche “illuminato” che volesse screditare “i nostri” tacciando la loro presenza nelle aule di “bolla parlamentare”.

Un atteggiamento che deluderebbe il sogno, di un lottatore come Mirko Tremaglia, ostinato a portare in alto bandiere di uguaglianza e giustizia, e che dopo lunghe battaglie parlamentari, riuscì a rendere reale il sogno di esercitare il nostro diritto al voto.

17/08/2011

L’On. Merlo unico protagonista, suo malgrado, dell’incontro organizzato dal Comites di Buenos Aires

Il Comites di Buenos Aires ha preso la valida e opportuna iniziativa di convocare i cinque parlamentari italiani eletti nell’America Meridionale, perché esponessero i loro punti di vista sulla “situazione politico- economica dell'Italia. nonché gli effetti di tale problematica per gli italiani residenti all'estero”.

Una interessante proposta in coincidenza con la crisi finanziaria e politica che ha colpito il Bel Paese, che in seno alla nostra comunità pe stata accolta con grande attesa, dimostrata dal numeroso pubblico che ha colmato il salone “Felice Lora”, del Consolato generale.

Purtroppo l’invito non ha avuto la risposta che ci si attendeva e allegando ragioni diverse, i senatori Caselli (Pdl) e Giai (Maie) ed i deputati Angeli (Pdl), e Porta (Pd), non si sono fatti presenti, determinando che l’on. Ricardo Merlo, l’unico a farsi presente, diventasse protagonista dell’evento.

L’indifferenza degli assenti verso l’iniziativa, anche se in qualche caso era prevedibile, ha suscitato sorpresa e malessere tra i presenti, specialmente nel presidente del Comites cav. Graciela Laino, che non ha nascosto la sua contrarietà per la mancata risposta ad un invito che non comportava grandi difficoltà per i politici, vista la generosa pausa estiva del Parlamento italiano, anche perché, ad eccezione dell’on. Porta che si trova in Brasile, gli altri trascorrono il periodo di ferie in Argentina, circostanza questa che faceva prevedere la possibilità della loro partecipazione. Per cui se la previsione si è rivelata inesatta, le assenze hanno provocato un evidente fastidio tra i presenti, molti dei quali hanno considerato tali assenze una mancanza di rispetto, verso i concittadini e verso le istituzioni come lo sono il Comites e il consolato generale, rappresentato nella riunione dal console Giuseppe Giacalone.

Comunque, al di la di qualsiasi interpretazione marginale sulle mancate presenze, “gli assenti” hanno sprecato l’occasione di un incontro che, tra l’altro, potava essere valido per prendere contatto con importanti esponenti della collettività e per superare alcune incomprensioni che si sono registrate negli ultimi tempi. Le assenze invece, avranno sicuramente l’effetto di approfondire ancora di più il solco che negli ultimi tempi divide gli elettori dai politici.

In questo singolare contesto, la presenza dell’on. Ricardo Merlo ha acquisito un rilievo maggiore. Dirigente esperto, ha saputo capitalizzare l’opportunità e mettendo in mostra condizioni politiche e oratorie, ha saputo conquistare l’attenzione del pubblico, che lo ha seguito con interesse, apparentemente in linea con la sua linea strategica e, oltre al fatto di rispondere senza problemi alle domande che sono seguite alla sua relazione, ha avuto l’abilità di trasformare l’evento in un comizio del MAIE.

Dicono che “lo bueno, si breve, dos veces bueno”, una battuta che questa volta è stata lasciata da parte e di fronte alle assenze non previste e alla presenza di un solo parlamentare, gli organizzatori avrebbero dovuto modificare l’impostazione data allo svolgimento del programma w che prevedeva l’avvio con le esposizioni dei parlamentari, seguite dalle domande dei consiglieri del Comites e del Cgie, quindi per iscritto, le domande dei dirigenti delle associazioni e infine quelle della stampa.

Una impostazione snaturata già col fatto che la riunione è iniziata con 45 minuti di ritardo e che in parecchi casi, le domande dei consiglieri del Comites, sono stati discorsi di campagna elettorale invece delle domande che ci si aspettavano. Quindi alle 21.30, di fronte alle domande e richieste ancora da porre da parte del pubblico, i giornalisti abbiamo “optato” per rinviare ad altre occasioni la possibilità di fare domande al parlamentare.

Superfluo osservare che con la presenza di un unico dissertante, l’unica campana che è stata ascoltata nella sala è stata quella che ha fatto suonare il presidente del MAIE, esperto nell’arte di rispondere a domande che, tra l’altro, non erano nemmeno troppo impegnative, per cui il tempo lasciato a disposizione dai suoi colleghi parlamentari, Merlo lo ha utilizzato con la libertà di mettere in evidenza la sua capacità e formazione, e anche per ricordare la sua laurea in Scienze politiche e i suoi tre anni del Corso di Diritto ed Economia Politica, al punto da “suggerire” al ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, sulle difficoltà economiche e finanziarie italiane “dovrebbe imparare dall’esperienza della crisi argentina” e “consigliargli di approfondire la lettura” dei testi di John Maynard Keynes

Partendo da questo suggerimento l’on. Merlo lungo quasi tre ore ha passato in rassegna diverse tematiche. In materia politica l’obiettivo preferito è stato il presidente del Consiglio Berlusconi “Al quale non interessano gli italiani all’estero”, ricordando che “siamo passati da un ministero per gli italiani all’estero a un vice ministro, per finire con un sottosegretario senza alcuna esperienza sull’argomento”.

Più avanti ha detto: “Un premier che ha perso il consenso degli elettori e il prestigio in campo internazionale, occupato in particolare nella tentativa di far approvare leggi destinate a risolvere i suoi problemi personali. Nell’ultima decade è stato a capo del governo durante otto anni e in questo periodo la crescita dell’Italia è stata pari allo zero, lasciando scivolare il Paese al penultimo posto tra 179, per la percentuale di crescita, solo superiore a quella dell’Haiti.”

“In Italia - ha continuato - la disoccupazione si aggira attorno all’8 per cento e, secondo dati ISTAT il 13.8% della popolazione si trova al di sotto della linea della povertà”

Sul voto all’estero, che ha fatto parte delle risposte alle numerose domande, ha ricordato che la proposta Calderoli, cioè l'eliminazione della Circoscrizione Estero, ha detto che non c’è possibilità che sia dibattuta alla Camera, dato che non c’è neanche il tempo materiale per farlo, dato che si tratta di una riforma costituzionale che richiede la doppia lettura di Camera e Senato, con almeno tre mesi tra la prima e la seconda lettura e visto che ci sono altre priorità.

Sul tema giovani, ha sottolineato che si tratta un argomento prioritario, vitale per la nostra comunità e che alle nuove generazione lui chiede “partecipazione e militanza”, che devono conquistarsi gli spazi, visto che nessuno regala niente.

Poi ha parlato dei fondi elettorali, informando che il suo partito, il MAIE riceve 90mila euro all’anno, dei quali spende circa 10mila nella pubblicazione dei bilanci ed altri adempimenti legali e il resto viene utilizzato nella promozione politica, fatta di congressi che il Movimento organizza in America latina, Australia ed Europa, nonché in varie città dell’Argentina.

“Inoltre, investiamo i soldi nella promozione della lingua e la cultura italiane, attraverso il finanziamento di diverse iniziative, quali l’edizione di un libro in Brasile, di un film documentario in Venezuela e nei prossimi giorni dando alla stampa l’edizione in italiano del libro già edito in spagnolo: "1856 - La Legione Italiana: El frente olvidado del Risorgimento".

Quindi ha sfidato: “Vorrei sapere come spendono i partiti della maggioranza i 500mila euro annui che ricevono soltanto per i voti degli italiani all’estero”.

Sulla riforma di Comites e Cgie, ha manifestato il suo disaccordo coi vari progetti allo studio del Parlamento alcuni dei quali prevedono, perfino, la loro eliminazione, iniziative, alcune, che sono sostenute da parlamentari eletti all’estero “coi quali vorrei mantenere un dibattito, guardandoci negli occhi”.

Merlo ha detto che è necessaria una stretta sintonia tra i Comites e il Cgie, per farci arrivare le loro proposte. Infine ha sottolineato la sua soddisfazione per l0’annuncio di politiche di rilancio dei rapporti tra l’Italia e l’Argentina.

14/04/2011

Io c'ero: 50 anni fa la prima visita di un presidente italiano al Plata

Giovanni Gronchi in Argentina

È trascorso mezzo secolo da quando, in una giornata come quella odierna, la collettività italiana partecipava ad un evento che oggi, cercando di attivare in tanti nostri lettori la memoria emozionale, quella che custodisce i ricordi significativi. Lo scopo è quello di far rivivere una giornata che questo cronista ebbe la fortuna di presenziare, e che si sente in grado di raccontare in quanto a quella manifestazione.
Ero uno in più tra le migliaia che, entusiasti, celebravano la presenza di Giovanni Gronchi, primo capo di Stato europeo a sbarcare in Argentina dopo l’ultimo conflitto bellico mondiale.
Accolto dal suo collega Arturo Frondizi, avvocato e politico, il presidente eletto dal popolo nel 1958, che governò l’Argentina fino al colpo di Stato del 1962. Argentino di nascita, ma con un cuore più italiano di molti italiani, figlio di genitori nati a Gubbio in Umbria ed emigrati in Argentina nel 1893, stabilendosi nella Provincia di Entre Ríos. Ebbero 14 figli dei quali quattro nati in Italia. Una famiglia che in un certo senso ha rispecchiato i sogni di ogni emigrato in Argentina, la sua voglia di superarsi, di vedere realizzate le proprie attese di vedere "mi hijo el doctor" e, nel caso di Arturo Frondizi, raggiunto abbondantemente diventando presidente della Nazione.
Un modo di vedere concretizzato il "sogno americano" in questo caso in versione Argentina, un Paese generoso e di grandi opportunità nel quale, l’esempio Frondizi, la sua storia che ci è familiare, ci porta a considerarlo "uno dei nostri".
Frondizi aveva invitato Gronchi a visitare l’Argentina durante la sua visita in Italia, l’anno prima (durante il quale oltre a Roma e a Milano, era andato a Gubbio a conoscere la terra dei suoi genitori), nel quadro del suo viaggio in vari Paesi europei. L’ex presidente argentino morì nell’Ospedale Italiano di Buenos Aires nel 1995.
Un viaggio nel tunnel del tempo.
Vorrei che i nostri lettori si associassero a questo amarcord, navigando insieme verso l’anno 1961 e, prima di introdurci nell’evento tanto significativo della visita del capo dello Stato italiano, l’incontro al Luna Park della collettività italiana con il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, cercare di rievocare come era allora la collettività italiana a Buenos Aires...
Una collettività nella quale la stragrande maggioranza di quanti erano sbarcati nel dopoguerra cercavano di rimarginare le cicatrici dello sradicamento, ferite che si chiusero rapidamente grazie alla generosità e all’ospitalità della società locale e alla terra che ci offrì la possibilità di vedere realizzati i nostri sogni e dove abbiamo formato le nostre famiglie. "Questa terra argentina così umanamente ospitale e generosa", la definì Gronchi prima di rientrare in Italia.
Tanti di noi entrarono nelle numerose imprese italiane o create dagli italiani, che allora erano presenti in Argentina, come ad esempio Fiat (nella quale io ero uno dei tanti), Pirelli, Fratelli Branca, Olivetti, Techint, Galileo, Necchi, Lepetit, Finmeccanica, tra le altre.
Cominciavamo ad accedere per muoverci prima alla "Siambretta", versione locale dell’italiana Lambretta, per poi aspirare alla "600", che la Fiat Concord aveva cominciato a produrre nei suoi stabilimenti in Argentina, nel 1960.
Per i giovani (tra i quali "io c’ero") e meno giovani di allora il Caffè Le Caravelle della calle Lavalle, la via delle sale cinematografiche... quindi, dei sogni e delle fantasie... era il nostro ombelico del mondo, un luogo emblematico per ogni tipo di personaggio italiano che si trovasse a Buenos Aires. Dove marinai, artisti, diplomatici, sportivi, politici, imprenditori e persino i magliari costituivano una specie di babele regionale, dialettale.
Nel nostro caso, eravamo comuni cittadini, i nostalgici che si incontravano in un posto che per i "tanos" era una vetrina nella quale esibirsi, mettendo in mostra la moda italiana, riproporre le battute dei protagonisti delle commedie all’italiana, allora al culmine della popolarità nei cinema locali, e provare soddisfazione per le acclamate presenze sui grandi schermi di creatori come De Sica, Visconti, Monicelli, Fellini, Risi e tanti altri, di film come "I soliti ignoti", "Rocco e i suoi fratelli", artisti del calibro e della fama di Gassman, Mastroianni, Sordi, Loren, Lollobrigida, Totò, Manfredi... Oppure la musica e le canzoni di Mina, Milva, Modugno, Carosone, Vanoni e tanti altri.
Ma Le Caravelle era anche il luogo di ritrovo dei giovani italiani di allora, nel quale godere del programma ricreativo. Andare a vedere la partita dello Sportivo Italiano -ACIA, che dal 1959 era affiliato all’AFA e partecipava al campionato di calcio locale. O per decidere a quale festa andare tra quelle organizzate dall’Associazione Reduci di Guerra, dall’Unione e Benevolenza, dalla Nazionale Italiana, dall’Italclub, per ballare al ritmo di orchestre come quelle di Giuliano Verna, la Italjazz, Enzo e i suoi Solisti e in particolare quella del maestro Ardolino. O di cantanti, quali Filippo Vazza, Enzo De Luca, Rico Romeo, Franco Soma, Elio Jacobellis, Cosimo Bruni.
Associazioni di collettività nelle quali dai balli nascevano fidanzamenti che spesso finivano in matrimonio. Luoghi adeguati a liberare la nostalgia, improvvisare cori e cantare "Terra straniera", "Volare" o "Luna Caprese".
I giorni della grande visita.
Quel 10 aprile dell’arrivo del presidente Gronchi, la città era piena di manifesti con l’immagine del presidente sotto la quale c’era scritto "Benvenuto Gronchi". Nelle cronache di molti giornali locali il nome del capo dello Stato fu registrato in modo sbagliato: al posto di Giovanni "Benvenuto" Gronchi! Un cambiamento che l’illustre visitatore accolse con rassegnata simpatia.
La visita del presidente Gronchi in Argentina (comprese anche l’Uruguay e il Perú) segnò una svolta importante nella strategia italiana verso l'America latina.
Nel caso specifico dell’Argentina, comportò - tra l’altro - la firma di tre importanti accordi in materia culturale, di sicurezza sociale e di crediti agevolati per piccoli imprenditori italiani operanti in Argentina.
Ma torniamo al nostro percorso nella memoria, al giorno in cui la collettività italiana si mobilitò per tributare il suo omaggio al presidente, nello stadio del Luna Park. Fu riempito da 17mila persone, accorse per una dimostrazione d’affetto che riuscì a commuovere l’illustre ospite fino alle lacrime. Pianto che contagiò i tanti che occupavano le tribune e in quella cornice di italianità Gronchi improvvisò un discorso di enorme carica emotiva, cominciando con una frase che ci commosse: "O gente della mia terra, gente benedetta ovunque svolgi il tuo lavoro, se hai saputo conquistarti così profondamente l’affetto di tutti i Paesi nei quali, o per tristezza di tempi o per volontà di migliorare la tua situazione, ti sei allontanata dalla patria!".
Quell’11 aprile 1961 risultò essere una giornata molto particolare e io c’ero tra quei connazionali coi quali condividemmo l’entusiasmo, la voglia di stare insieme e rendere un omaggio alla personalità che simboleggiava l’immagine di una Italia che ci ricordava e che apprezzava il nostro sacrificio.Dopo quell’autentico bagno di folla, Frondizi e Gronchi brindarono alla fratellanza dei due popoli nel salone della Residenza, invitati dall'ambasciatore Babuscio Rizzo. Con loro, il presidente del Comitato per le accoglienze, un grande imprenditore italiano, che stava già costruendo la storia dell'industria argentina: Agostino Rocca".